Red Zone: l’Isola che non c’è

Nel treno che da Perugia mi ha riportato a casa non sono riuscito a chiudere occhio totalmente incredulo dell’esperienza vissuta al Red Zone, le persone con le quali sono entrato in contatto e l’anima adrenalinica che è emersa ed ha trasmesso il suo pubblico. Già, il suo pubblico. Sembra strano dirlo ma al Red il protagonista principale non è stato l’artista (giù il cappello a Henrik Schwarz) ma il popolo di Perugia.
Mi sono chiesto da subito che cosa sarebbe stato giusto scrivere e cosa non scrivere sul Red. Per intenderci: nulla di cui non si possa raccontare in pubblico. Dico che certe sensazioni ed emozioni che si provano in un micro-mondo come il R.Z. riportarle tutte in una pagina web potrebbe di fatto ridurne il valore e l’unicità delle stesse. Il mio obiettivo quindi era riportare in minima parte la sua energia e farvi conoscere la realtà club perugina per eccellenza.
Questo club mi ha fatto un effetto strano. Mi sono posto tante domande e riflessioni su cose basilari come il nostro modo di divertirci in un club, la libertà personale, l’amore spassionato che alcune persone possono donare totalmente a una città che li ha visti nascere e crescere.

Perugia, Casa del Diavolo (quale altro miglior presupposto per non scegliere il rosso come colore basilare) in una zona completamente circondata da coltivazioni e bellissime colline umbre. Guardandolo da fuori si intuisce che il Red non è il semplice club di due stanze ma una vera e propria costruzione che si sviluppa orizzontalmente a vista d’occhio e che a fatica si riesce a vederne la fine. Il Red Zone è un mondo, un’Area 51 della musica club. Lunghi corridoi, entrate e passaggi di numero indefinito che ti danno un senso di disorientamento ma anche di scesa profonda in noi stessi. La sala principale, una seconda room e una grande balconata (aggiunta successivamente all’apertura del locale).

Mi trovo nella main. Un impianto a dir poco portentoso Funktion scende dalla consolle via via circondando tutto il locale raggiungendo la dancefloor nella quale tutto è stato studiato al centimetro perchè nessuna vibrazione e tonalità venga sprecata e lasciata libera di girovagare senza meta. Una consolle inusuale rispetto a quella di altri locali/club: essa sovrintende la sala da dove l’artista controlla il pubblico. Come ci ha spiegato Renato, grande collaboratore del Red Zone che ci ha aiutato a ripercorrere le tappe fondamentali e la filosofia del locale, il guest scelto dall’organizzazione è di regola un selezionatore di musica e come tale deve avere una visione completa dello spazio davanti a lui per poter percepire ogni minimo segnale da parte del pubblico e calibrare la sua musica nel miglior modo possibile. Ognuno all’interno del Red trova il suo spazio: la sala, in qualsiasi punto vi trovate, cambia prospettiva e visione dell’insieme.

La storia del “Red Zone” parte nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino. In quegli anni la scena club in Italia era ancora un foglio bianco che si stava iniziando a riempire e a Perugia si è scelto il rosso. Il club ha promosso la sua visione musicale andando contro le correnti facili del commerciale che stava prendendo piede. Si è aperta la mente con l’house music underground che in Italia era quasi un mito (ricordiamo all’epoca la lontana America e il “generatore” Paradise Garage di New York con le sue figure leggendarie come Larry Levan).

Il marchio di fabbrica del Red così negli anni si è andato formando. Quando qualcosa va bene e funziona alla base ci deve essere un’idea, un pensiero che sostiene il tutto. Senza dubbio il suo elemento irrinunciabile è stata la libertà d’espressione. Scacciati i preconcetti, nessuna barriera mentale che potesse condizionare le persone che ballavano. L’aria di libertà e di liberazione che è partita dalla capitale tedesca in un certo senso forse è arrivata anche qui dando spazio totale alle persone sviluppando in loro un gran senso di rispetto e condivisione. Chiedetelo a chi c’è stato: memorabili serate a tema con il dj resident storico Sauro (il resident oggi è Ricky L affiancato da Stefano Tucci e Max P che si alternano tra main e sala B), travestimenti ed un pubblico eclettico. Il Red era uno spazio dove ci si poteva esprimere tra persone che pian piano hanno creato un luogo al quale non hanno potuto piu’ rinunciare. Una famiglia, un apripista di nuove tendenze e alla creatività.

Libertà e famiglia. Quello che ho notato è che tutti al Red sembrano conoscersi, nessun sguardo indiscreto o di rimprovero: si vive la notte uniti. Nessun angolo scuro all’interno, tutti vengono coinvolti dall’onda “rossa” e quando ci sei dentro non puoi più uscirne.
Molto spazio viene dato all’animazione: nei camerini in backstage si respira aria di attesa da parte di chi si mette in prima persona ogni sabato per il pubblico per animare la notte, emozione e tanta voglia di entrare a contatto con chi sta ballando. Preparazione, organizzazione e controllo degli spazi per coinvolgere piu’ possibile chi ha scelto il Red Zone come miglior posto dove stare.

Se pensiamo all’utilizzo massiccio di dispotivi elettronici per registrazioni e l’usanza diffusa delle braccia alzate con gli smartphone nelle mani ormai è un elemento immancabile in un club ma al Red la cosa viene moderata nel giusto modo. Sono le persone che devono raccontare cosa hanno vissuto sulla loro pelle. Immagini e registrazioni rendono l’esperienza oggettiva e priva di significato: ogni persona li’ dentro prova delle sensazioni diverse ed è giusto che le racconti a voce.

Oh, non dimentichiamoci del guest, Henrik Schwarz. Casa Innervisions e di casa a Berlino. Ha dato modo al Red di mostrare le sue doti artistiche e la sua dimestichezza con l’hardware che compone il suo live set. Ha messo le sue perle preziose, ha emozionato i presenti, ha regalato ore di sorriso e spensieratezza dando ossigeno ai polmoni di chi pendeva dalle sue labbra. Come un pugile in gara inseparabile dal suo asciugamano bianco, H. Schwarz ha preceduto il set di chiusura di Ricky L.
Ed è proprio alla chiusura che noti come la terapia di qualità R.Z. faccia effetto: un pubblico attivo e fresco anche alle 5:00 come fosse appena entrato ed i muri del locale che quasi sembrano anche loro vibrare e muoversi a ritmo. Il Dj resident che ti travolge con la sua musica, che ti prende e ti gira sottosopra, che ti fa perdere i punti di riferimento attorno a te, che quando apre la sua valigetta di metallo sigillata sai già che sta per mettere uno dei suoi dischi migliori.

Il Red Zone è un viaggio. Come ci ha detto Renato è un club che ti lascia il segno, un luogo dove ascolti delle tracce che quando vai a dormire te le ricordi ancora. E’ un percorso, un labirinto nel quale ti ci puoi perdere volentieri quasi come quello di “Shining” di Kubrick. E se fosse entrato proprio Kubrick a braccetto con Ricky L al Red Zone alle 6 inoltrate con in sottofondo un pezzo della colonna sonora di “Arancia Meccanica”, la musica del Korova Milk Bar al Red Zone?

Grazie Red.